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Percepivo d’essere giunto alle soglie della dimensione consueta, mentre, presso di me, sulle rive deserte del lago, la vita andava a congiungersi col sogno, in un eterno connubio ellittico e senza fine.
Mi aveva condotto a quel luogo appartato, avvincendomi con la sua trina sbiadita di dolci pensieri segreti, l’arcana magia del nostalgico rimpianto di un tempo trascorso.
I miei passi misuravano il lido, ricoperto dei tralci disseccati di remote aspirazioni le quali, per un attimo, un attimo solo, risuonavano al mio incedere, con un lievissimo fruscio, evocatore di voci scomparse, e che, subito dopo il mio passaggio, se ne tornavano immediatamente a celarsi silenziose nel proprio immoto giacere, fra le tenebre uniformi che ammantavano il suolo.
Più al largo, lentamente ed indistinti per la bruma, incrociavano dei natanti, popolati di forme sarcasticamente contese fra il futuro ed il passato; risuonavano di voci pacate, di grida, di canti gioiosi e di lugubri accenti, tutti accomunati in una sola nenia, reiterata, senza tempo, né sede spaziale, che si snodava, solenne e misteriosa, fra le spire d’una caligine che, eterna, ottenebrava gli orizzonti ed i destini.
I contorni dimenticati di mitiche figure, frammischiati ad immagini consuete, sembravano animare quei lunghi navigli, riproducendo, forse inconsciamente, quelle simboliche “barche della vita” miniate, con immaginifica precisione, sulle pagine, policrome e corrose, di taluni fra gli incunaboli più antichi.
Nulla vi era di comune in quel cosmo diafano ed irreale, eppure, ciascuna di quelle immagini e di quegli echi assumeva, per me, una consistenza quasi familiare, evocandomi l'echeggio di una vaga risonanza interiore, intimamente riposta in abissi remotamente profondi.
Seguitavo a contemplare la scena, senza riuscire a comprenderla e, d’un tratto, mi capitò d’avvertire un lieve scalpiccio di fianco a me; mi volsi, senza scorgere alcuno, ma quindi, proprio quando stavo per ritrarre lo sguardo attonito, per ritornare a volgermi al lago, scorsi la chiara figura di un bambino che mi sorrideva. «Chi sei? Come sei giunto sino a me?» gli domandai stupito ed egli mi rispose, in maniera un poco sibillina: «Sono il tuo eterno compagno.» e, quindi, prendendomi per mano, seguitò ancora: «Lascia che accompagni per un tratto, una volta ancora. Mi accorgo che non ti rammenti; indubbiamente, molto tempo è trascorso, eppure, ne nutro la certezza, nei meandri del tuo animo qualcosa di me ancora indugia. Ricerchiamolo insieme.» .
Sì certamente, dentro il mio spirito le sue parole avevano fatto risuonare qualcosa di cristallino ed antico che, tuttavia, ancora mi sfuggiva e così, tenendo il fanciullo per mano, continuai a percorrere la riva sabbiosa, non curandomi ormai più della forma che seguitava a procedere con me silenziosa.
Insieme, fendevamo le caligini sconosciute che, nel proprio recondito grigiore, confondevano fra loro le masse incerte della terra e delle acque, sotto l’atemporalità di quel cielo così immobile e privo di luci vitali.
Sui bordi del nostro cammino, fra i vaporosi flutti sprigionati dalla latebra arcana, emergevano ed affondavano contrastanti profili; quelli di sordide casupole dirute, di antichi sacelli, di fucine annerite e deserte, di accessi maestosi a cripte regali, che si susseguivano, a seconda di un’ignota sequenza, priva d’un senso apparente e d’una fine.
D’un tratto mi riscossi e, senza quasi guardare a quel mio misterioso compagno, gli chiesi: «Sei, per caso, il fantasma di un’amicizia perduta? La larva dissepolta d’un sentimento scomparso?»; «Sì, forse, un poco dell’uno e dell’altra.» replicò il singolare personaggio e, scrutandomi in viso, sorrise malinconico; a quel punto, lo fissai anch’io, mi parve cresciuto ed i suoi riccioli biondi si erano mutati in una soffice capigliatura castana dai riflessi solari. «Indaga più a fondo nel tuo animo, osserva più attentamente intorno a te.» continuò il giovane e, con un cenno del capo, mi invitò a proseguire.
D’un tratto, la mia mente si era animata dell’infinito pulsare di mille sensazioni e quando, finalmente, le sagome che, contornando il cammino, sfilavano fuggevoli, avevano incominciato a parlarmi, manifestandomi le ragioni di quel loro apparire, ecco che giungemmo ad un alto portale di marmo bianco, il quale mostrava di foggiarsi d’una consistenza più reale e definita degli altri edifici, svettando innanzi al mio andare, quasi a segnarne un passaggio obbligato, anziché finire con lo sperdersi lentamente, nelle indefinite e torbide luminescenze chiaroscurali dello sfondo.
«Ora ne ho la precisa sensazione, finalmente hai compreso e il mio compito si è esaurito; non posso più oltre esserti compagno, addio!». A quelle parole, mi volsi verso di lui e scorsi un uomo, dai capelli radi ed ingrigiti, che andava rapidamente a confondersi nel buio. Rividi me stesso che, per la magia del ricordo, sbucato da un varco del tempo passato, per un’ultima volta, ero stato a me stesso compagno e, mentre oltrepassavo da solo l’accesso che s’apre sull’incognita via del futuro, ancora s’attardava nel mio animo l’eco di quell’estremo addio che, languente, melanconicamente trascolorandosi, si dissolveva, sperdendosi adagio, nel lieve sospiro di quel vento che increspava appena le acque del lago, fantastico e cupo, circonfuso della bruma invernale.